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Abbiamo chiesto a Maria Stella Bottai, storica dell’arte e studiosa della complessità, una lettura dell’ultimo libro di Edgar Morin, pubblicato in Francia a giugno 2021: ecco il testo.

Per i suoi 100 anni da poco compiuti Edgar Morin, pensatore, saggista, tra i massimi teorici della complessità, si regala e ci regala un libro: Leçons d’un siècle de vie, uscito in Francia per le edizioni Denoël e in arrivo in Italia per Mimesis. 
Come annuncia il titolo, l’autore ripercorre le tappe salienti della sua biografia sotto la lente della complessità e secondo il suo metodo. Ma, specifica nel preambolo, senza voler dare lezioni a nessuno, piuttosto trarre lezioni da un’esperienza secolare e condividerle con gli altri.
Leggo il testo durante un lungo viaggio in treno nel sud della Francia, e mi pare che il libro scorra anch’esso su un binario, con due temi portanti che vorrei portare qui all’attenzione (traducendo dal francese le citazioni): la complessità dell’identità e quella del destino.

 

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In questa fine dell’anno 2020 sono usciti diversi articoli che affrontano il tema dell’incertezza.
Di uno di questi, apparso su Internazionale, ci parla Silvia Manca, collegandolo all’esperienza della ricerca artistica e scientifica.

Quando Max Hawkins, ingegnere informatico di Google poi diventato artista, si è reso conto che la sua vita stava raggiungendo un livello di routine abitudinaria troppo preoccupante, ha deciso di aggiungere una giusta dose di imprevisto affidandosi alle nuove tecnologie e di cavalcare in maniera produttiva il valore dell’incertezza.
È così che è iniziata l’avventura del protagonista della ricerca Expecting ourselves  descritta nell’articolo di Internazionale, che si è lasciato guidare da randomici algoritmi di un’applicazione sul suo telefonino per due anni e mezzo per poi raccontare la sua esperienza in una serie di conferenze dal titolo Leaning in to Entropy (Appoggiarsi all’entropia).
È dunque lecito chiedersi, nell’epoca del cambiamento climatico, del Covid-19, del capitalismo della sorveglianza, che si presentano come un vorticoso mare di cambiamenti difficili da gestire, se l’incertezza può generare valore. Secondo lo studio presentato nell’articolo, se da un lato gli esseri umani sono creature abitudinarie caratterizzate da una spinta biologicamente fondamentale a ridurre al minimo l’errore di previsione a lungo termine (“cervello predittivo”), dall’altra sono da sempre stati spinti a ricercare nuove informazioni e a impegnarsi in rituali complessi come ad esempio l’arte e la scienza, il cui ruolo almeno in parte è “rilevare e mettere alla prova con un certo margine di sicurezza le nostre convinzioni più profonde”.

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