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di Piero Dominici*

Una questione complessa, quella della complessità! Siamo ancora poco consapevoli della sua natura (appunto) complessa e ambivalente: una complessità che è cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. Poco consapevoli che la complessità è una caratteristica strutturale/connaturata ai gruppi umani, alle relazioni, al sistema sociale, al mondo biologico. Per ciò che riguarda il mondo degli oggetti, invece, dovremmo parlare di sistemi complicati e non complessi, dal momento che siamo in grado di scomporne e analizzarne le parti per comprenderne il comportamento e il funzionamento. Si tratta di sistemi caratterizzati da fenomeni e processi sostanzialmente lineari e, in qualche modo, prevedibili, controllabili e replicabili. Al contrario, la complessità che riguarda, in modo particolare, la società, le organizzazioni e i gruppi umani (con qualche sfumatura, anche i sistemi biologici) è una complessità del tutto particolare perché, oltre ad essere perennemente instabile e dinamica, non è riconducibile né interpretabile sulla base di modelli lineari (causa-effetto, stimolo-risposta). Si tratta, pertanto, di una complessità imprevedibile – la questione della prevedibilità, non soltanto dei comportamenti umani, sociali, culturali, è cruciale e strategica (i modelli culturali servono anche a questo) – e non replicabile (la replicabilità, come noto, è requisito importante per la scienza e per poter anche soltanto parlare di “scientificità”) di cui dobbiamo/dovremmo osservare e comprendere soprattutto i molteplici livelli di connessione tra i processi e tra le parti/gli oggetti stessi e, per farlo, abbiamo bisogno di una visione sistemica dei processi, dei fenomeni e delle dinamiche: visione sistemica che comporta un modo completamente differente di osservare gli “oggetti”. Non solo osservare l’insieme e il tutto, consapevoli, in ogni caso, che il tutto non è mai la somma e/o la totalità delle parti. Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte. Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse. E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione. Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica, cui si è accennato – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget). Il passaggio dalla semplicità alla complessità e, da questa, alla ipercomplessità può essere spiegato in termini di variabili coinvolte, di concause e di parametri che noi possiamo utilizzare, dobbiamo considerare per osservare la realtà. Quindi, distinguiamo il “semplice” dal “complesso” proprio sulla base di variabili, concause e parametri coinvolti, per numerosità e qualità.

Aggiungo che, nell’attuale fase di mutamento globale, il passaggio dalla complessità alla ipercomplessità è determinato, in particolare, da due “variabili” complesse: la prima, è l’innovazione tecnologica, in particolare la cosiddetta rivoluzione digitale che, a differenza di altre fasi di rivoluzione industriale, introduce una “nuova velocità” nei processi sociali, economici, culturali, che caratterizzano l’attuale mutamento; una “nuova velocità” che produce nuove criticità e problemi di controllo, come peraltro tutte le fasi di accelerazione; la seconda riguarda il ruolo sempre più strategico che ha la comunicazione, non soltanto con riferimento all’educazione ed al processo di socializzazione, ma anche nei processi di rappresentazione e percezione. Una complessità che è caratteristica peculiare dei sistemi e che può essere intesa in molteplici modi: come reciprocità di insiemi e molteplicità; come nuovo paradigma formativo ed educativo; come epistemologia dell’interdipendenza per la società ipercomplessa e interconnessa; come riflessione sulla complessità stessa; come approccio e organizzazione delle esperienze e dei saperi; come pluralismo di principi, visioni e valori; come valorizzazione dell’eterogeneità; infine, come urgenza di un approccio interdisciplinare e multidisciplinare (1995 e sgg.). Una (iper)complessità che non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla.

 

L’ipercomplessità e le “false dicotomie” (1995)

Natura versus cultura; naturale versus artificiale; Umano versus tecnologico, cultura versus tecnologia, teoria versus ricerca/ pratica; formazione scientifica versus formazione umanistica; pensiero e ragione versus emozioni; ragione versus creatività e immaginazione; corpo versus mente; complessità versus specializzazione; interdisciplinarità versus specializzazione; conoscenze versus competenze; forma/e versus contenuto; hard skills versus soft skills. Molti anni fa, le ho definite “false dicotomie”. Proviamo ad osservare, a descrivere, a riconoscere, a comprendere la complessità, l’umano, la vita, la vitalità dello spirito, quell’essenziale che è (sempre) “invisibile agli occhi”(cit.) ricorrendo sempre a divisioni, separazioni, distinzioni, fratture che spesso non portano alla conoscenza e/o al sapere, bensì ad un senso di appaesamento e rassicurazione, caratteristico di tutte le culture (di fatto, portatrici di identità), rispetto all’incertezza ed alla variabilità della vita e del reale. Isolare, separare e recludere i saperi, le conoscenze, le esperienze, i vissuti, è operazione complessa che, da sempre, segna l’evoluzione dei sistemi sociali, delle organizzazioni, dell’azione sociale. Si tratta, peraltro, di funzioni strategiche assolte proprio dai modelli culturali. Continuiamo a vedere, ad osservare, a tentare di comprendere la realtà secondo logiche, modelli, schemi che ne riducono (apparentemente) la varietà, l’imprevedibilità, la ricchezza. Convinti di poter ingabbiare tutta la vitalità dello spirito, la complessità dell’umano, in formule matematiche e sequenze infinite di dati e numeri. Convinti di poter misurare anche la “qualità” in termini obiettivi, oggettivi, scientifici – a mio avviso, si tratta di una contraddizione in termini – ricorrendo esclusivamente a strumenti e dati quantitativi, e con riferimento a tutti gli ambiti della prassi e della produzione materiale e intellettuale, ricorrendo a semplificazioni (sempre, seducenti) presentate, ancora una volta, come “dati di fatto”. Continuiamo a cercare una conoscenza che confermi le nostre convinzioni, le nostre ipotesi di partenza, i nostri modelli culturali ed educativi, i nostri pregiudizi e i nostri stereotipi.

 

Abitare l’ipercomplessità

Ci ritroviamo così gettati nell’ipercomplessità, nel tentativo di abitare la civiltà ipertecnologica, iperconnessa e delle macchine intelligenti (?): una civiltà fondata sulla programmazione, sull’automazione e sulla (iper)simulazione di processi e dinamiche,  e segnata da una progressiva, oltre che esponenziale, crescita della dimensione del tecnologicamente controllato che, di fatto, oltre che ridimensionare/marginalizzare lo spazio dell’Umano e della responsabilità (almeno, in apparenza), continua ad alimentare una vecchia e controproducente illusione: quella di poter espellere/eliminare l’errore (pre-requisito fondamentale di qualsiasi conoscenza, della vita e della stessa libertà) e l’imprevedibilità, non soltanto da educazione e formazione, ma dagli stessi sistemi complessi, oltre che dai processi sociali e organizzativi che li caratterizzano (Dominici 1995 e sgg.). In questa prospettiva, le sfide del cambiamento sono in fondo riconducibili proprio all’urgenza di ripensare/ridefinire la centralità della Persona e dell’Umano, dentro ambienti ed ecosistemi in cui non esiste più alcun confine/limite tra naturale ed artificiale, oltre che tra natura e cultura (vecchia “falsa dicotomia”). Oggi, forse come mai in passato, appare evidente come l’ipercomplessità non sia più un’opzione (non lo è mai stata), bensì un “dato di fatto”, che ci vincola a recuperare quelle che ho definito, in passato, le dimensioni complesse della complessità educativa: l’empatia, il pensiero critico, una visione sistemica dei fenomeni, una cultura dell’errore (interamente da costruire), l’educazione alla comunicazione, oltre a dimensioni che abbiamo volutamente rimosso, come le emozioni, l’immaginario e la creatività. È tempo di  immaginare, progettare, realizzare i sistemi complessi vedendoli – perché, di fatto, lo sono – come organismi e non come macchine. Sistemi complessi e non complicati, appunto. Recuperare tali dimensioni si rivela di vitale importanza anche, e soprattutto, in considerazione del fatto che le straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, la velocità e l’intrinseca dinamicità del mutamento in atto, non ci stanno “conducendo” verso la semplificazione, anzi! Occorre recuperare, in tal senso, la consapevolezza che, proprio nell’era della disintermediazione, le figure (sociali e professionali), le istituzioni, i processi e i meccanismi di mediazione debbono tornare a svolgere una funzione, a dir poco, strategica. In particolare, le figure di mediazione, tornano ad essere ancor più strategiche, ma devono essere educate, preparate, formate, aggiornate costantemente, a riconoscere e confrontarsi con tale ipercomplessità, con la ricchezza delle relazioni sistemiche e dei livelli di connessione che caratterizzano, non soltanto la civiltà ipertecnologica, ma la vita stessa. A tal proposito, ho parlato, in tempi non sospetti, dell’urgenza di educare e formare “figure ibride” (Dominici, 1995 e sgg.), manager della complessità (definizione che ho utilizzato, anche in passato, per semplificare, con la consapevolezza, espressa in tutte i lavori e le pubblicazioni, che gestire la complessità è quasi un ossimoro; e lo è ancor di più se ci riferiamo alla complessità sociale, relazionale, umana): figure ibride educate e formate, non ad una “cultura del controllo” (dentro una cultura del controllo), bensì educate e formate ad interagire con quell’imprevedibilità che è elemento connotativo essenziale dei sistemi sociali, umani, vitali. E – mi ripeto – senza mettere mano a educazione e formazione, in maniera radicale, non saremo mai in grado di confrontarci e interagire con questa ipercomplessità; e non saranno le tecnologie e il digitale a creare le condizioni perché ciò avvenga e, allo stesso modo, non saranno le tecnologie a ricostituire i legami sociali, a ri-attivare i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione, a determinare le condizioni di un’innovazione realmente inclusiva. Occorre lavorare per ri-costituire, per ri-mediare, il legame sociale. Gestire l’informazione e la comunicazione, in questo tipo di contesto, significa a maggior ragione (provare a) gestire/governare la complessità (un ossimoro che uso soltanto per esigenze di sintesi), facendo molta attenzione a non cadere nelle retoriche della disintermediazione e della semplificazione intesa come valore assoluto. Non possiamo più permetterci di continuare a perpetuare l’errore degli errori: trattare i sistemi complessi come fossero sistemi complicati (1995 e sgg.). “Dentro” e “fuori”: è tempo di abitare i confini e le tensioni che questa ipercomplessità comporta. Perché soltanto dalla ben nota “fine delle certezze” (Prigogine) potranno generarsi conoscenza e creatività; e la conoscenza, da sempre, si annida negli errori della vita (Canguilhelm).

 

Ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico

 I nostri limiti e inadeguatezze, costruite socialmente e culturalmente, la nostra incompletezza, rendono evidenti le nostre vulnerabilità di fronte alla vitalità, alla ricchezza ed alla dinamicità della complessità. Le tecnologie  sono e saranno sempre più strategiche, a tutti i livelli, proprio se, oltre che supportare gli esseri umani in tutte le azioni, li aiuteranno a trasformare i propri limiti in opportunità (questioni di conoscenza e di gestione della conoscenza), sapendo abitare le tensioni e i conflitti della società ipercomplessa. Ricomponendo la frattura tra l’umano e il tecnologico. Ma ciò potrà avvenire soltanto se – come affermavo già alla metà degli anni Novanta – la smetteremo di tenere separate cultura e tecnologia. Tecnologia e cultura à Tecnologia vs Cultura à tecnologia è cultura.

Sfera cognitiva, sfera emotiva e – aggiungo – sfera sociale. È tempo di ricomporre alcune fratture che caratterizzano non soltanto i saperi, le conoscenze, le competenze, consapevoli della natura intrinsecamente collettiva e collaborativa della conoscenza. Si tratta di fratture che segnano anche le singole esistenze, la realtà e le nostre visioni della realtà. Si tratta di fratture importanti e radicate nelle culture organizzative e, perfino, in quelle scientifiche; fratture che condizionano, non soltanto l’evoluzione dei saperi e della conoscenza, ma anche le nostre abilità e capacità di abitare l’ipercomplessità e rispondere, attraverso anche i modelli culturali, alle istanze dell’incertezza, oltre che alle anomalie del vivente e del reale. Si tratta di fratture che condizionano anche, e soprattutto, le nostre esistenze e i nostri vissuti sociali e culturali, il modo stesso di concepire la vita e l’esistenza, le relazioni, l’incontro con L’Altro da Noi, il pensiero e l’azione rispetto a ciò che è e sarà sempre ingovernabile, imprevedibile, talvolta ignoto. “Dentro” e “fuori”: è tempo di abitare i confini e le tensioni che questa ipercomplessità comporta. Perché soltanto dalla ben nota “fine delle certezze” (Prigogine) potranno generarsi conoscenza e creatività; e la conoscenza, da sempre, si annida negli errori della vita (Canguilhelm).

 

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*Piero Dominici è Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre, insegna presso l’Univ. degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, partecipa a ricerche e a Comitati scientifici internazionali. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra le quali: Per un’etica dei new-media,1996; La comunicazione nella società ipercomplessa, 2005; La società dell’irresponsabilità, 2010; Condividere la conoscenza per governare il mutamento, 2011; Dentro la Società interconnessa, 2014; Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, 2015; Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society, 2016; Sicurezza è Complessità sociale in, Sociologia della sicurezza, Mondadori, 2017; Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately, 2017; Objects as systems, in, Art*Science, 2018; Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017 ; The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity, in, Governing Turbolence, Cambridge 2017.

Di seguito, il link alla pagina Treccani: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html

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Opera di WASSILY KANDINSKY

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

#CitaregliAutori

 

Nel quadro dello storico, oltre che ricco e articolato, dibattito – non soltanto accademico-scientifico – relativo al metodo scientifico ed alla distinzione tra scienze naturali e discipline umanistiche, possiamo senz’altro partire da un presupposto:

«Elaborare la differenza fra scienza e discipline umanistiche è stato a lungo una moda ed è diventato noioso. Il metodo di risoluzione dei problemi, il metodo delle congetture e delle confutazioni sono praticati da entrambe. È praticato nella ricostruzione di un testo danneggiato, come nella costruzione di una teoria della radioattività». K.R.Popper

«Il metodo delle scienze sociali, come anche quello delle scienze naturali, consiste nella SPERIMENTAZIONE di TENTATIVI di SOLUZIONE per i loro PROBLEMI»

Il «METODO SCIENTIFICO» sistematizza il METODO PRESCIENTIFICO dell’imparare dai nostri ERRORI; lo sistematizza grazie alla DISCUSSIONE CRITICA (cfr. K.R.Popper et al.).

Le IPOTESI sono TENTATIVI DI SOLUZIONE DEL PROBLEMA –> FALSIFICAZIONE DELLE IPOTESI RISULTATE ERRATE e/o INFONDATE (modus tollens –> tolto x, y si dà, y non è la causa di x)

Dai problemi alle critiche, passando attraverso ipotesi, teorie, verifiche e controlli continui e rigorosi. Non soltanto nelle attività di ricerca delle cd. scienze esatte, bensì anche nei processi (complessi) di interpretazione dei testi si procede ricorrendo al metodo(i) scientifico(i), con tutte le criticità e le variabili del caso da considerare. Non avendo paura di commettere ERRORI, dal momento che, soltanto dalla “fine delle certezze” (Prigogine), possono nascere creatività e conoscenza.

E la creatività è fondamentale. Creatività che (forse) non può essere insegnata e che tende ad essere condizionata dalla nostra “memoria culturale”. Anche in tal senso, INNOVARE SIGNIFICA DESTABILIZZARE (Dominici), accettare il rischio di sbagliare ed essere vulnerabili. L’immaginazione, ancora una volta, gioca un ruolo decisivo, creando ed elaborando IPOTESI che vanno verificate/falsificate/riviste/riformulate continuamente.

 

 

(Dominici 1996 e sgg.) #CitaregliAutori