“La società della trasparenza” è il sesto libro segnalato per la “Biblioteca dei classici della complessità”, al Complexity Literacy Web-Meeting dell’autunno 2020.

Un articolo di Valerio Eletti

 

Qui la video-recensione, che sintetizza l’articolo che segue.

 

 

Le domande

Cos’è davvero la trasparenza in una società tecnologica e globale come la nostra? è un’opportunità, una necessità, un vantaggio sociale? o al contrario può essere una minaccia per il singolo individuo, con il pericolo di perdita parziale o addirittura totale della privacy?

Ma soprattutto dobbiamo chiederci: la nostra società va verso troppa o troppo poca trasparenza? Cerchiamo le risposte – risposte aperte, ovviamente, suggerimenti e spunti di riflessione – tenendo ben presenti le forze in gioco: i motori di ricerca sempre più monopolistici, i social network, gli open data, la raccolta di informazioni su di noi – per scopi commerciali e di controllo – attraverso il Web, le reti telefoniche, l’Internet delle cose.

Le risposte

Risposte certe e definitive ovviamente non ce ne sono. Ma ci sono a nostra disposizione le riflessioni proposte dal filosofo coreano Byung-Chul Han, che ha condensato in un piccolo volume di un centinaio di pagine (uscito in Germania nel 2012) le sue idee ricche di punti di vista originali.

In Italia il libro è stato tradotto e pubblicato nel 2014 dalle Edizioni NotteTempo con il titolo “La società della trasparenza”.

 

Perché abbiamo scelto questo libro

In estrema sintesi, ecco qui i punti di forza e i punti di debolezza del libro.

Punti di forza:

visione ampia e decisamente fuori dal quel coro che spesso prende per buona l’equazione “massima trasparenza delle informazioni” uguale “massima civiltà e qualità della vita sociale”;

focus sul drammatico conflitto tra necessità di sapere tutto di tutti per la sicurezza sociale e per l’eliminazione dei soprusi e dei conflitti d’interesse, e la necessità (il diritto) di conservare una propria sfera di intimità inviolabile da parte di chiunque sia cittadino di una società democratica o sedicente tale;

grande leggibilità anche per i non specialisti di filosofia o di scienze sociali;

capacità di guardare al presente e al futuro prossimo osservando i fatti correnti, con una sensibilità maturata sui grandi pensatori del passato, da Nietzsche a Lacan, da Heidegger a Baudrillard.

Punti di debolezza:

in alcuni passaggi l’autore è troppo sicuro delle proprie affermazioni, che in qualche caso meriterebbero se non altro il beneficio del dubbio.

 

L’autore

“Byung-Chul Han, filosofo di origini coreane, è docente di Filosofia e Teoria dei Media, in Germania, presso la Staatliche Hochschule für Gastaltung di Karlsruhe. Ha pubblicato saggi e studi sulla cultura della globalizzazione e sulla iper-culturalità”.

 

Il sommario

Ecco come la casa editrice presenta il libro nella quarta di copertina:

“La società contemporanea è al servizio della “trasparenza”: da una parte le informazioni sulla “realtà” sembrano alla portata di tutti, dall’altra tutti sono trasparenti – cioè svelati, esposti – alla luce degli apparati che esercitano forme di controllo collettivo sul mondo postcapitalista.

Così il valore “positivo” della trasparenza maschera, sotto l’apparente accessibilità della conoscenza, il suo rovescio: la scomparsa della privacy; l’ansia di accumulare informazioni che non producono necessariamente maggiore conoscenza, se manca un’adeguata interpretazione; l’illusione di poter contenere e monitorare tutto, anche grazie alla tecnologia. In questo saggio, Byung-Chul Han interpreta la trasparenza come un falso ideale, come la più forte delle mitologie contemporanee, che struttura molte delle forme culturali più pervasive e insidiose del nostro tempo”.

 

L’indice dei contenuti

L’elenco dei capitoli, letto in sequenza, dà una prima concreta ed efficace idea del testo e dello sviluppo dei ragionamenti di Byung-Chul Han.

Ecco la sequenza, che mostra l’escalation dalla prima semplice descrizione, fino al giudizio dell’organizzazione sociale che si sta profilando sotto i nostri occhi in questi anni:

La società del positivo.

La società dell’esposizione.

La società dell’evidenza.

La porno-società.

La società dell’accelerazione.

La società dell’intimità.

La società dell’informazione.

La società dello svelamento.

La società del controllo.

 

Citazioni e commenti

La trasparenza, in una qualunque società, è un bene o un male? Sicuramente non è solo né l’uno né l’altro. Ma come/dove si può trovare un punto di equilibrio che rispetti il diritto alla propria privacy e il diritto di sapere le cose che ci interessano, non solo riguardo i nostri “prossimi” (prossimi anche nello spazio virtuale, non solo in quello fisico), ma anche e soprattutto riguardo chi ci governa e amministra per noi il bene pubblico comune?

Byung-Chul Han risponde indirettamente a queste domande con diverse riflessioni.

Per prima cosa l’autore osserva che la natura stessa del linguaggio implica l’impossibilità di una totale trasparenza e della inevitabilità del nostro esistere “sull’orlo del caos”; e (a pag.11) cita von Humboldt: “Nessuno pensa, con una parola, precisamente ed esattamente la stessa cosa che pensa un altro, e l’ancor piccola diversità si trasmette, come un cerchio sull’acqua, in tutta la lingua. Ogni comprendere è perciò sempre, al contempo, un non-comprendere, ogni consentire in pensieri e sentimenti è, al contempo, un dissentire”. Detto in altre parole, potremmo chiosare che l’illusione della conoscenza puntuale di tutto, in particolare attraverso l’analisi dei big data oggi di gran moda, ci porta a un delirio di onniscienza, all’ennesimo peccato di superbia (ingenuo ma non innocuo) dell’uomo.

Ma c’è un altro elemento di cui bisogna tenere conto se si vuole ragionare sulla trasparenza: un eccesso di positività e di annullamento totale del negativo fanno perdere – secondo il filosofo coreano – lo spessore dialogico e la complessità dell’essere, creando nuovi problemi esistenziali, dando vita alla catena perversa “trasparenza > positività > pornografia”: “Giocare con l’ambiguità e l’ambivalenza, con il segreto e il mistero, accresce la tensione erotica. La trasparenza o l’univocità sarebbe la fine dell’eros, ovvero la pornografia. Non è un caso, quindi, che l’odierna società della trasparenza sia al tempo stesso una società pornografica. Anche la prassi della ‘post-privacy’, che in nome della trasparenza esige un illimitato e reciproco denudamento, è assolutamente nociva per il piacere” (pag. 31).

Un ulteriore elemento di cui spesso non si tiene conto, secondo Byung-Chul Han, è che la memoria umana (selettiva, sottoposta a errori e cortocircuiti) è decisamente diversa dalla memoria delle macchine informatiche, nel bene e nel male: “La narratività [della memoria umana] la differenzia dalla memoria informatica, che lavora e accumula in modo meramente additivo. A causa della loro storicità, le tracce mnestiche sono sottoposte a un riordinamento e a una riscrittura continui. Al contrario, i dati salvati rimangono uguali a sé stessi. Oggi la memoria si positivizza in un ammasso di rifiuti e di dati, in una ‘bottega di rigattiere’ […] le cose giacciono semplicemente l’una accanto all’altra, non sono stratificate. Lì manca, quindi, la storia” (pag.57).

Il filosofo coreano aggiunge quindi una nuova tessera al puzzle da cui il lettore potrà infine trarre una visione nuova del fenomeno ambiguo e contraddittorio della trasparenza nell’organizzazione sociale: una visione inconsueta dei social network, che l’autore bolla come “riduttori nocivi della complessità della rete sociale”. Strumenti come Facebook o Twitter ci portano infatti a ritagliarci inconsapevolmente una nicchia di persone che la pensano come noi, nicchia che interpretiamo erroneamente come rappresentativa del pensiero globale (un concetto, questo, di enorme peso nei rapporti sociali e nella loro deriva verso una crescente aggressività e faziosità, come dimostrano altri due libri fondamentali per questo tipo di argomenti: “Big data” di Mayer-Schönberger e “Il segnale e il rumore” di Nate Silver).

Leggiamo uno dei passaggi chiave del pensiero di Byung-Chul Han a questo proposito: “I social media e i motori di ricerca personalizzati edificano nella rete uno spazio di prossimità assoluto, dal quale l’esterno è eliminato. Lì si ha modo di incontrare soltanto se stessi e i propri eguali. Non c’è più alcuna negatività, che renderebbe possibile un cambiamento. Questa prossimità digitale propone al partecipante soltanto quei frammenti di mondo che gli piacciono. Di conseguenza, abolisce la dimensione pubblica, la coscienza pubblica, davvero critica, e privatizza il mondo…” (pag.60).

Byung-Chul Han arriva quindi al punto che ci interessa in questa sede, tirando le fila di tutti i ragionamenti precedenti, con un’affermazione all’apparenza paradossale: che la trasparenza esclude la fiducia; ovvero che la società della trasparenza in sostanza è – contrariamente a quanto ci sembra di primo acchito – una società basata su sfiducia e sospetto. Con tutto ciò che ne consegue (e conseguenze tremendamente plausibili le ritroviamo per esempio nello scenario di un romanzo di grande successo, “Il cerchio” di Dave Eggers, così come nella cronaca più attuale raccolta da Federico Rampini nel suo recente libro “Rete padrona”).

Chiudiamo con le parole di Byung-Chul Han: “La forte richiesta di trasparenza rinvia proprio al fatto che il fondamento morale della società è diventato fragile, che i valori morali come la sincerità o l’onestà divengono sempre più insignificanti. Al posto dell’istanza morale caduta in disgrazia, compare la trasparenza come nuovo imperativo sociale” (pag.80).

(Valerio Eletti, 2015-2020)