“AI-Work, La digitalizzazione del lavoro”, a cura di Sergio Bellucci, è il primo libro presentato al Complexity Literacy Web Meeting dell’autunno 2021, per la “Biblioteca dei nuovi classici della complessità”.

Da decenni vengono pubblicati libri dedicati a temi correlati con l’organizzazione, il cambiamento, la leadership. Ma intanto tutto sta cambiando dentro e intorno al mondo del lavoro: condizioni al contorno, reti di relazioni, retroazioni irreversibili, distribuzione frattale del potere, accelerazione della velocità di crescita dei dati…  

Sembra dunque sempre più necessaria la elaborazione di una visione generale che sia basata su paradigmi nuovi, ben radicati negli studi sulle reti e i fenomeni complessi.

E forse qualche idea profonda ma ampia, di prospettiva, sulla transizione che stiamo vivendo, la possiamo trovare nel libro di cui parliamo qui, in particolare nel saggio iniziale a firma di Sergio Bellucci.

Un saggio che cerca di lasciarsi alle spalle i preconcetti radicati nell’approccio tradizionale alla economia e al mondo del lavoro e della organizzazione. Un esempio per tutti: la constatazione che oggi il lavoro più diffuso è quello “implicito”, realizzato inconsapevolmente e gratuitamente ogni giorno sui social e sulle infrastrutture reticolari digitali da centinaia di milioni di persone che alimentano volontariamente le informazioni che vanno a creare valore per i big del digitale; oltre tutto acquistando a proprie spese i mezzi di produzione del lavoro come il computer, o l’allacciamento in rete.    

Le domande

Con il diffondersi delle attività lavorative a contatto con le intelligenze artificiali, ha ancora senso applicare i concetti e i meccanismi di analisi che usavamo in un mondo dal profilo capitalista rodato e leggibile?

Siamo in grado di prendere in considerazione nuove domande caratterizzate dal fatto di essere estremamente intrecciate fra loro?

Davvero possiamo credere ancora che la diffusione e l’accettazione generalizzata del digitale, del machine learning, delle reti sociali on line non stiano cambiando irreversibilmente e profondamente i rapporti tra lavoro e capitale, tra intelligenze artificiali, stato sociale e informazione?

Sarà possibile capire in tempi ragionevoli che tipi di cambiamenti paradigmatici e irreversibili saranno portati nelle nostre esistenze – e in particolare nel nostro lavoro – dalla diffusione delle intelligenze artificiali e dalle connessioni sempre più strette e complesse che maturano in rete?

Anche limitandoci solo a queste prime domande, ci rendiamo conto che le questioni sollevate dalla trasformazione in atto sono tantissime, tutte intrecciate, e tutte impellenti: la transizione tra capitalismo e nuove forme di finanza ed economia è già qui.

 

Il libro di riferimento

“AI-Work. La digitalizzazione del lavoro” è un libro pubblicato a maggio 2021 dall’editore Jaka Book nella collana “Dissidenze”; è curato da quel Sergio Bellucci, che nel lontano 2005 aveva anticipato i tempi scrivendo “E-work. Lavoro, rete e innovazione”, e che per questa nuova impresa ha coinvolto una quindicina di pensatori (cattedratici e sindacalisti, ricercatori universitari e sociologi, politici ed economisti, psicologi e giuslavoristi) per raccogliere il sentiment che si è andato definendo intorno a questi temi scottanti quanto sommersi. Non per niente gli interventi si spalmano su un ampio ventaglio che va dall’atteggiamento apocalittico a quello integrato o addirittura (sic) “fanatico”: tutti comunque collocati saldamente nel mondo degli “intellettuali organici” della sinistra storica italiana.

 

Perché questo libro?

Partiamo proprio dal ventaglio degli autori: per un lettore attento, ogni autore appare rappresentare una visione legata al proprio ambiente, in particolare a quelli del sindacato, della politica (alta) e degli studi sociali, antropologici e psicologici.

Tutte le loro riflessioni ruotano comunque intorno al testo introduttivo di Bellucci che abbiamo trovato illuminante e originale: una vera e propria piattaforma che ci aiuta a individuare, leggere e mettere a fuoco le dinamiche inedite che si stanno instaurando in particolare tra nuovo lavoro e intelligenze artificiali.

Diamo un flash per capire di che cosa stiamo parlando: per dirlo in parole molto povere, Sergio Bellucci propone uno spunto di riflessione basato sul fatto che nell’Ottocento il lavoro produceva denaro che produceva lavoro; con l’affermazione del mondo della finanza, nel Novecento, si è poi passati al denaro che produceva lavoro che produceva denaro; siamo tuttora, è vero, in questa seconda configurazione, ma nel contempo siamo trascinati attraverso una violenta transizione che ci sta portando a una nuova configurazione storica in cui il denaro produce informazione che produce denaro… il tutto mentre centinaia di milioni di persone lavorano da casa, sui social, senza rendersene conto a creare valore per i big della rete e del digitale.

 

Gli autori

Leggiamo la scheda compilata dell’editore:

Sergio Bellucci, saggista e pubblicista, è stato presidente del quotidiano “Liberazione”, dirigente sindacale e politico; è tra i fondatori di “Net Left”. Ha pubblicato “E-work. Lavoro, rete e innovazione” (2005). Insieme al fisico Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell’economia della conoscenza” (2009). Nel 2019 è uscito “L’industria dei Sensi”.

Gli altri autori presenti con un proprio intervento in questo confronto di idee e analisi storiche e politiche sono quindici: non li elenchiamo qui ma li richiamiamo nel testo che segue.  

 

Il sommario

Leggiamo in quarta di copertina come l’editore presenta il libro:

“Ci sono passaggi della storia in cui si aprono scenari che vanno oltre le generazioni in vita. L’invenzione della scrittura, la messa a punto del metodo scientifico, l’uso dell’elettricità, sono esempi di tali discontinuità che, pur “dirompenti”, non furono percepite come “punti di non ritorno”.

Le tecnologie digitali rappresentano una sfida dal punto di vista della loro interpretazione teorica. L’umanità si trova di fronte a un passaggio storico o il quadro rappresenta l’evoluzione di una tendenza che non modifica il senso dei processi?

Le trasformazioni nella produzione e nel lavoro rappresentano il luogo privilegiato per comprenderne il senso.

Il libro affronta il nodo di questo dibattito con un vero e proprio confronto teorico tra letture diverse, e in parte divergenti, delle conseguenti necessità per la politica e l’agire umano. Bellucci descrive il passaggio come epocale da una formazione economico-sociale ad un’altra, una TRANSIZIONE. Per l’autore è in atto una vera e propria “rottura di civiltà e di senso”, come quella che segnò il tragitto dall’era della società agricola a quella della società industriale. I contributi degli altri autori ingaggiano un confronto teorico che rimane aperto…”

 

L’indice dei contenuti: lo scenario tracciato da Sergio Bellucci

Il saggio di Sergio Bellucci, “AI-work – Il lavoro dopo il digitale” è il fulcro intorno a cui si sviluppano le riflessioni di tutti gli altri autori.

Vediamo come è strutturato il saggio, che si sviluppa in una cinquantina di pagine dense di significato e facciamolo mettendo in fila i titoli dei paragrafi: “La tramoggia digitale, ovvero la sussunzione del reale – Il digitale e il lavoro: taylorismo digitale, lavoro implicito e/o operoso – Un approccio sistemico alla transizione di modello – Il primo impatto del digitale nel mondo del lavoro: il taylorismo digitale – Il lavoro implicito (paragrafo seguito dagli approfondimenti sul Lavoro implicito 1.0, 2.0, 3.0 e 4.0) – Il lavoro delle “piattaforme” – Il lavoro della produzione della conoscenza – Il lavoro operoso – Conclusioni (“Questo saggio non sia interpretato come “l’abbandono del lavoro salariato al proprio destino”. Il punto che va messo in evidenza è che lo sviluppo delle forze produttive ha innescato una esplosione di forze di lavoro e la cui ricomposizione spetta a un progetto politico (…) E’ ovvio che sarà necessario il coraggio di rialzare lo sguardo oltre l’esistente (…) Abbiamo da conquistare un mondo in cui una organizzazione dei “liberi” produttori associati produca una società consapevole, in grado di realizzare la libera espressione umana e renderla integrata con lo stesso destino del pianeta Terra”).  

 

L’indice dei contenuti: gli interventi degli altri 15 autori

Completiamo il quadro d’insieme mettendo in fila i titoli dei contributi dei quindici autori coinvolti da Sergio Bellucci nella sfida di cercare di comprendere caratteristiche, opportunità e minacce del cortocircuito tra lavoro e intelligenze artificiali che sta caratterizzando la fase di transizione epocale che stiamo vivendo:

Schiavi della libertà (di Giuseppe Conte) – Rete e ordo-macchinismo (di Lelio Demichelis) – Cinque pezzi facili sull’innovazione digitale (di Serena Dinelli) – Dal gorilla ammaestrato al campione mondiale di Go (di Alfonso Gianni) – La disoccupazione tecnologica: un confronto tra Keynes, Russell e Aristotele (di Antonio Marturano) – Qualità dei lavori e relazioni industriali: continuità e cambiamento (di M. Carrieri e F. Pirro) – L’impatto di industria 4.0 sul lavoro (di Matteo Gaddi) – Il mito della piena occupazione (di Roberto Ciccarelli) – Nostalgia del capitalismo (di P. Caputo e M. Minetti) – Appunti per una eco-sofia cibernetica (di F. Demitry e D. Gambetta) – Il Quinto Stato nell’era digitale. Reti di città e reddito di base oltre il collasso del sociale (di Giuseppe Allegri) – Il lavoro alla prova dell’economia della conoscenza tra digitale e innovazione sociale (di Alessandro Mauriello).

 

Qualche citazione dal saggio di Bellucci  

“Il dibattito intorno all’impatto dell’Intelligenza artificiale o la robotica sconta spesso un errore di impostazione molto comune. Anche le analisi più dettagliate, infatti, non giungono alle conclusioni necessarie per comprendere la “qualità” degli impatti che il salto tecnologico del digitale sta imponendo alle società umane (…)

Si sconta, troppo spesso, un approccio deterministico e riduttivistico, incapace di aprirsi alla complessità sistemica di questo divenire (…)

Le tipologie di analisi restano sulla superficie della trasformazione e non ne affrontano gli aspetti realmente innovativi sia a livello micro, sia a livello macro e sia, soprattutto, nella loro dimensione sistemica. Non stanno cambiando solo le forme delle singole professioni e la loro obsolescenza, né è solo utile misurare il livello di inerzia, soggettiva o sociale, al cambiamento socio-cognitivo verso le nuove professioni emergenti (la dimensione micro); cambiano le “forme della estrazione del valore dal processo produttivo” con l’emergenza dei nuovi fattori legati all’economia immateriale o della conoscenza (il livello macro). Se si vuole analizzare la tendenza, è inutile soffermarsi sulla quantità del lavoro collocabile in remoto negli appartamenti dei lavoratori (come si è fatto nelle settimane di chiusura imposta per il Covid-19), ma è bene inquadrare l’accelerazione che tale processo produce nella trasformazione della loro mansione in un algoritmo e, in brevissima prospettiva, nella loro sostituzione con software (…)

Nessuno, ad esempio, si sofferma sulla fragilità intrinseca di una società che, inglobando progressivamente il “saper fare” all’interno delle macchine, cancella capacità di fare diffuse e la loro trasmissione sociale generazionale. Questo processo impedisce, progressivamente, la sostituzione di una macchina con un “lavoro vivo”, affidandolo alle sole forme di machine learning. Una riduzione delle infrastrutture tecnologiche o, peggio ancora, un collasso tecnologico digitale improvviso – come potrebbe determinarsi con un “Evento Carrington” (il brillamento solare del 1859) – farebbe regredire l’intera società a ben prima dell’età elettrica, sempre che possa resistere un modello sociale vero e proprio a un impatto del genere, dopo una dispersione del saper fare umano analogico così massiccia prodotta nella massa delle persone in questo secolo.” (pagg. 22 e 23). 

 

Articolo di Valerio Eletti