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Agopunture digitali è la rubrica di Massimo Conte, Coordinatore Editoriale del Complexity Education Project, che “andata in onda” all’interno della serie Complessità in azione: otto leve per cambiare il mondo, co-organizzata da Complexity Institute e Complexity Education Project tra Marzo e Aprile 2021.

Agopunture per instillare piccoli momenti di consapevolezza, di presa di coscienza attraverso il pensiero complesso, per comprendere i fenomeni del mondo che ci circonda.

Come? Attraverso il digitale, e in particolare le visualizzazioni dati. Insieme alla visione complessa, è necessaria una fruizione dei dati e delle loro rappresentazioni basata sul pensiero critico.

Questo è il video della puntata live della rubrica:

  

Per Saperne Di Più

Giorgia Lupi è una information designer italiana, autrice di Dear Data, un esperimento tra arte e visualizzazione dati nato per focalizzare l’attenzione sugli Small data, cioè i piccoli dati personali, oltre ai Big Data di cui solitamente sentiamo parlare. Per un anno ha tenuto una corrispondenza settimanale con la data designer Stefanie Posavec: ogni settimana ognuna delle due teneva traccia in modo analogico, disegnando su una cartolina, alcuni dati personali (ad esempio il numero di volte in cui si guardava l’orologio durante la giornata; oppure le lamentele). Da questa piccola meravigliosa galleria di datificazione di gesti quotidiani è poi nato il libro. Alcune sue opere sono state esposte al Moma di New York.

Per Saperne Di Più

Segnaliamo due curiosi e interessanti articoli sui paradossi derivanti dalle reti complesse (in questo caso una rotonda stradale di Torino) comparsi su Il Post a firma di Maurizio Codogno.

Codogno è un matematico esperto di informatica e teoria dei giochi che tiene una rubrica sul sito de Il Post e ha pubblicato diversi libri anche divertenti (l’ultimo è Numeralia, per Codice Edizioni)  

Il primo articolo che segnaliamo è intitolato “Quel pasticciaccio brutto di piazza Baldissera” e racconta come una rotonda cruciale per il traffico di Torino sia sia trasformata in una sorgente di ingorghi perpetui a causa del superamento della soglia massima di traffico che ha portato al collasso della fluidità indotta dalla rotonda: un esempio terra terra di come le reti complesse ubbidiscano alle leggi delle biforcazioni e delle soglie tipiche di tutti i sistemi complessi. 

La base teorica di questo comportamento di un sistema reticolare complesso si trova in un vecchio articolo pubblicato dallo stesso Codogno una decina di anni fa, nella stessa rubrica de Il Post: titolo, “Il paradosso di Braess“. Lasciamo a voi il piacere di scoprire di che si tratta. 

di Massimo Conte

Tempo di lettura: 15 minuti.

La versione inglese dell’articolo è disponibile a questo link.

 

Come possiamo orientarci nella complessità del mondo?

Quanto siamo consapevoli di ciò che vediamo, che ci serve per interpretare il mondo?

Nell’ecosistema digitale in cui siamo immersi, quali diventano le nuove competenze di base del cittadino e di chi lavora con i dati come scienziati, designer, giornalisti?

 

Premessa

L’impatto della malattia Covid-19 ha causato nel 2020 una forte discontinuità su più dimensioni dell’agire umano: la sanità, l’economia, il lavoro, l’educazione. Trasversale a tutte queste ce n’è una meno appariscente, ma che le collega tutte: è quella che riguarda la nostra visione e comprensione della complessità dei sistemi dinamici interconnessi e non lineari in cui viviamo.

A differenza di molte altre quarantene vissute in passato dagli uomini questa è la prima, a livello globale, che si caratterizza per uno scollamento tra corpo e mente: all’isolamento fisico per evitare il contagio, si accompagna una iperconnessione digitale. La conoscenza da parte delle persone è spesso completamente mediata: dai media tradizionali e da quelli digitali. Di conseguenza, la nostra visione del mondo è completamente mediata dalle fonti informative che scegliamo: la nostra percezione e le scelte che ne conseguono sono influenzate dagli interpreti che scegliamo.

La pandemia da Coronavirus ha già avuto alcune conseguenze anche nel nostro rapporto con la conoscenza, che è il tema centrale di questo saggio. Il pensiero e il metodo scientifico sono tornati al centro della scena del dibattito pubblico: le decisioni fondamentali di ordine pubblico e sanitario dei governi prese in base alle consulenze dei comitati scientifici, e in ultima battuta, in base all’interpretazione dei dati; gli aggiornamenti quotidiani su grafici, curve, tendenze come notizie principali nei telegiornali; il dibattito nei social tra i cittadini su quale posizione prendere rispetto a quei dati.

Per Saperne Di Più

Ci voleva una recensione ricca e sottile come quella di Francesco Guglieri sulla rivista on line Doppiozero per mettere in luce in maniera nuova e particolarmente efficace le connessioni complesse che si rincorrono tra fisica quantistica, fenomeni sociali, tecnologia, e letteratura. 

L’articolo di Guglieri, intitolato “Helgoland: Rovelli e i quanti“, inizia con una considerazione che sembra completamente fuori contesto: “Il volume degli scambi della Borsa di New York varia ogni giorno tra i 2 e i 6 miliardi di transazioni, con un valore medio giornaliero (…) di 169 miliardi di dollari. L’unico modo per gestire una tale mole di dati è affidarsi alle macchine”; l’articolo continua poi con una impressionate mole di dati che riguardano i trasporti di merci e di informazioni che si appoggiano su quel “sistema di piattaforme, servizi, data center, dorsali oceaniche la cui complessità è tale da trascendere qualsiasi tentativo di comprensione del singolo individuo”. 

Insomma, scrive Guglieri, “il mondo è une rete di reti dentro altre reti, una complessità ingovernabile e ingovernata, senza nessuno alla guida se non (forse) la sua stessa, inumana, logica strutturale”.

Questa è la cornice insolita e stimolante entro cui si incrociano le considerazioni che emergono dal libro di Rovelli, “Helgoland”, e il romanzo di Don DeLillo in uscita in Italia a febbraio 2021, intitolato in origine “The silence”, in cui si immagina lo scenario distopico provocato da un blackout generalizzato di tutti i device digitali e le infrastrutture tecnologiche. 

In questa fine dell’anno 2020 sono usciti diversi articoli che affrontano il tema dell’incertezza.
Di uno di questi, apparso su Internazionale, ci parla Silvia Manca, collegandolo all’esperienza della ricerca artistica e scientifica.

Quando Max Hawkins, ingegnere informatico di Google poi diventato artista, si è reso conto che la sua vita stava raggiungendo un livello di routine abitudinaria troppo preoccupante, ha deciso di aggiungere una giusta dose di imprevisto affidandosi alle nuove tecnologie e di cavalcare in maniera produttiva il valore dell’incertezza.
È così che è iniziata l’avventura del protagonista della ricerca Expecting ourselves  descritta nell’articolo di Internazionale, che si è lasciato guidare da randomici algoritmi di un’applicazione sul suo telefonino per due anni e mezzo per poi raccontare la sua esperienza in una serie di conferenze dal titolo Leaning in to Entropy (Appoggiarsi all’entropia).
È dunque lecito chiedersi, nell’epoca del cambiamento climatico, del Covid-19, del capitalismo della sorveglianza, che si presentano come un vorticoso mare di cambiamenti difficili da gestire, se l’incertezza può generare valore. Secondo lo studio presentato nell’articolo, se da un lato gli esseri umani sono creature abitudinarie caratterizzate da una spinta biologicamente fondamentale a ridurre al minimo l’errore di previsione a lungo termine (“cervello predittivo”), dall’altra sono da sempre stati spinti a ricercare nuove informazioni e a impegnarsi in rituali complessi come ad esempio l’arte e la scienza, il cui ruolo almeno in parte è “rilevare e mettere alla prova con un certo margine di sicurezza le nostre convinzioni più profonde”.

Per Saperne Di Più

“La fisica del caos. Dall’effetto farfalla ai frattali” è l’ottavo libro segnalato per la “Biblioteca dei classici della complessità”, al Complexity Literacy Web-Meeting dell’autunno 2020, evento co-organizzato dal Complexity Education Project insieme al Complexity Institute.

 

Le domande

Caos, caos deterministico, effetto farfalla, frattali… tutti concetti strettamente collegati.

Partiamo da una constatazione a suo modo stupefacente: ci sono sistemi fisici che, se descritti con gradi diversi di precisione, partono regolari, in maniera prevedibile e duplicabile, ma poi, a un certo punto, senza nessuna causa esterna, sviluppano comportamenti completamente diversi: parliamo in questi casi di caos deterministico.

Ma dire “caos deterministico” non ci fa pensare che si tratti di una contraddizione in termini? Abbiamo idea dei motivi per cui non si può prevedere l’andamento di un fenomeno caotico nemmeno se si stratta di fenomeni fisici apparentemente semplici, come il pendolo doppio, che non implicano la complessità dei sistemi viventi o sociali?

Insomma, questa volta facciamo un viaggio alle sorgenti di quei concetti base che troviamo richiamati in tutti i saggi che parlano di reti, sistemi, fenomeni, pensiero e paradigma cognitivo complessi.

 

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